A2a, l’abbandono del duale e la firma del patto Milano-Brescia

Le cose più belle, nel periodo natalizio, arrivano di notte: la nascita di Cristo, l’arrivo di Babbo Natale, il giubilo del nuovo anno e la venuta dei Re Magi. Uno schema, quest’ultimo, da cui pare aver preso spunto anche A2a, società energetica di Brescia e Milano che, nella notte tra il 23 e il 24 dicembre, ha approvato le nuove linee guida del patto di sindacato di durata triennale tra i comuni lombardi e deliberato la decisione inerente al superamento della governance duale.


Ventotto voti favorevoli, cinque contrari, cinque astenuti e una buona dose di lamentele: la firma del nuovo accordo ha previsto che, dal primo gennaio 2014, i due comuni, rispettivamente dei sindaci Pisapia e Del Bono, rimarranno parimenti proprietari di A2a, detenendo ciascuno una quota di capitale pari al 25%+1 delle azioni totali; le quote eccedenti (circa il 5%) saranno quindi vendute al mercato, con un’offerta del 2,5% per la città della Madonnina, che frutterà approssimativamente entrate per 65 milioni euro.

L’organizzazione del nuovo Cda

Quote paritarie e addio alla governance duale: due questioni sulle quali si è voluto mettere un punto fisso, che non hanno tuttavia risparmiato malumori tra le fazioni interne. Il passaggio alla nuova amministrazione, infatti, prevede il ritorno ad un unico Cda composto da dodici elementi totali suddivisi tra i due comuni, nove amministratori e tre soggetti eletti dalle minoranze, più un amministratore delegato. Il cambio dalla precedente bipartizione Consiglio di Sorveglianza-Consiglio di Gestione ad un Cda unico, permetterà inoltre di ottenere un risparmio in termini di costi di gestione ed ottimizzerà l’efficienza dell’organico.

La questione irrisolta

Una questione che sembra già stata sviscerata in tutte le sue forme e delineata in ogni aspetto, non fosse altro per due questioni: il licenziamento di due amministratori dovuto al passaggio da quattrodici a dodici membri (ed il cui mandato è in scadenza per il 2015) ed il ‘come’ utilizzare le nuove somme che origineranno dalla vendita delle quote azionarie. Mentre sul secondo punto il sindaco di Milano si è sbilanciato fin dall’inizio, promuovendo un progetto di realizzazione di ‘opere pubbliche’ (che ancora si riduce ad una lista confusa e scombinata di progetti dalla dubbia concretizzazione), sul primo punto non è ancora stato detto niente.
Quella quota riservata al mercato servirà davvero per investire in progetti utili alla comunità (per Milano) e per ottimizzare strategie ed impianti, o sarà piuttosto un modo finalizzato a liquidare gli ex componenti e che vedrà sparire le somme prima ancora di porsi la domanda del ‘come impiegarle’?
Che l’obiettivo ultimo dell’accordo fosse l’efficienza dimensionale, è plausibile; che il progetto includesse un fine spiccatamente ‘comunitario’, è ancora da verificare.

 

 

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